Discorso del Santo Padre

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Si riporta nel seguito il discorso che il Santo Padre ha tenuto il 14 maggio. Il Cardinal Vicario De Donatis ci invita a leggere e meditare come indicazione per il cammino pastorale 2018/2019

Cari fratelli e sorelle,
il lavoro sulle malattie spirituali ha avuto due frutti. Primo, una crescita nella verità della nostra condizione di bisognosi, di infermi, emersa in tutte le parrocchie e le realtà che sono state chiamate a confrontarsi sulle malattie spirituali indicate da Mons. De Donatis. Secondo, l’esperienza che da questa adesione alla nostra verità non sono venuti solo scoraggiamento o frustrazione, ma soprattutto la consapevolezza che il Signore non ha smesso di usarci misericordia: in questo cammino Egli ci ha illuminati, ci ha sostenuti, ha avviato un percorso per certi versi inedito di comunione tra di noi, e tutto questo perché noi possiamo riprendere il nostro cammino dietro a Lui. Siamo diventati più consapevoli di essere, per certi aspetti e per certe dinamiche emerse dalle nostre verifiche, un “non-popolo”. Questa parola “non-popolo” è una parola biblica, usata tanto dai profeti. Un non-popolo chiamato a rifare ancora una volta alleanza con il Signore.

Chiavi di lettura come queste già ci riportano, anche solo intuitivamente, a quanto vissuto dal popolo dell’antica alleanza, che per primo si lasciò guidare da Dio a diventare il suo popolo. Anche noi possiamo nuovamente lasciarci illuminare dal paradigma dell’Esodo, che racconta proprio come il Signore si sia scelto ed educato un popolo al quale unirsi, per farne lo strumento della sua presenza nel mondo.

In quanto paradigma per noi, l’esperienza di Israele necessita di una coniugazione per diventare linguaggio, cioè per essere comprensibile e per trasmettere e far vivere qualcosa a noi anche oggi. La Parola di Dio, l’opera del Signore, cerca qualcuno con cui coniugarsi, unirsi: la nostra vita. Con questa gente che siamo noi oggi, Egli agirà con la stessa potenza con la quale agì liberando il suo popolo e donandogli una nuova terra.

La storia dell’Esodo parla di una schiavitù, di un’uscita, di un passaggio, di un’alleanza, di una tentazione/mormorazione e di un ingresso. Ma è un cammino di guarigione.

Iniziando questa nuova tappa di un cammino ecclesiale che a Roma non inizia certo adesso ma piuttosto dura da duemila anni, è stato importante chiederci – come abbiamo fatto in questi mesi – quali siano le schiavitù – la malattie, le schiavitù che ci tolgono la libertà – che hanno finito col renderci sterili, così come il Faraone voleva Israele senza figli che a loro volta generassero. Questo “senza figli” mi fa pensare alla capacità di fecondità della comunità ecclesiale. E’ una domanda che vi lascio. Dovremmo forse individuare anche chi sia oggi il Faraone: questo potere che si pretende divino e assoluto, e che vuole impedire al popolo di adorare il Signore, di appartenergli, rendendolo invece schiavo di altri poteri e di altre preoccupazioni.

Sarà necessario dedicare del tempo (forse un anno?) perché, riconosciute umilmente le nostre debolezze e avendole condivise con gli altri, possiamo sentire e fare esperienza di questo fatto: c’è un dono di misericordia e di pienezza di vita per noi e per tutti quelli che abitano a Roma. Questo dono è la volontà buona del Padre per noi: noi singoli e noi popolo. E’ la sua presa di iniziativa, il suo precederci nell’attestarci che in Cristo Egli ci ha amato e ci ama, che ha a cuore la nostra vita e noi non siamo creature abbandonate al loro destino e alle loro schiavitù. Che tutto è per la nostra conversione e per il nostro bene: «Del resto – come dice san Paolo –, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28).