Meditazione per il 2 Novembre

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Al cimitero del mio paese

 

Il mio paese è schiacciato alle porte della grande città, allacciato ad essa da tante strade, allacciato a tutta la penisola dalla grande autostrada, allacciato alla campagna da una rete di viuzze.

 

Alle porte del mio paese c’è un cimitero, stretto tra terra, fabbriche e case nuove. è un cimitero recente, costruito quando quello vecchio non bastava più. Varcare la sua soglia mi ha sempre fatto un’impressione particolare, non tanto di dolore, quanto di serietà, di ordine, di compostezza. Il primo posto da visitare è la tomba del Nonno. Pochissimi ricordi di lui, ma una certezza: quella tomba racchiude il segreto da lui meglio celato: quello della prigionia.

 

Il nonno aveva 20 anni l’otto settembre 1943; pochi mesi prima era stato arruolato nei bersaglieri e a Bologna faceva il corso da marconista. Giunsero i nazisti, schierarono tutti i soldati nel grande piazzale della caserma e li condussero prigionieri in Germania. Rimase nel lager VI di Dortmund fino al maggio 1945, due lunghi anni dei quali non è rimasto nulla fuorché un incrollabile, silenziosa testimonianza: meglio prigionieri che schiavi. Ho sempre pensato che in quel piccolo loculo posto in alto, dal quale ci guardava con una preoccupata tenerezza si celasse il mistero di quei duri anni della sua giovinezza.

 

Fatta una veloce preghiera, e mandato un bacio alla foto del nonno, è ora di pregare sulla tomba dello zio. Lo zio è un ragazzo giovane, morto ventenne; nella foto guarda l’orizzonte tenendo stretta alle labbra una cartuccia o un fischietto. La sua tomba è fatta di pietra, che con gli anni ha assunto in colore sempre più verde e si avvia a diventare simile a quelle pietre che ornano un ruscello, o sulle quali va a finire una cascata. Una pietra viva insomma, verde di speranza: è il sacrario della nostra famiglia, la sorgente di tutte le grazie ricevute negli anni. Accanto alla tomba dello zio si trova una di marmo rosso, di un giovane suo coetaneo irretito dalla lotta armata e ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia, negli stessi anni in cui lo Zio combatteva contro la malattia. Mi ha sempre colpito come in quel piccolo fazzoletto di terra si incontrassero due diverse tragedie, accomunate dall’immenso dolore lasciato nei genitori. Infine la nonna: ha una tomba semplice, quella di una mamma che ha rinunciato a tutto per far star bene gli altri. La nonna ha aspettato tanto prima di rivedere il nonno e lo zio; nella foto è sempre bella ma anche sospettosa che nella felicità della vita si celasse un’altra, dolorosissima delusione. Il bacio più caro a lei.

 

Tornando verso l’uscita un ricordo: la nonna teneva sempre una piccola spazzola vicino alla tomba dello zio. Ci sarà ancora? Apro una scatola di marmo e la trovo: una piccola spazzola di saggina, sempre la stessa, passata innumerevoli volte su quella pietra come un’estrema, ruvida, carezza. Che potere grande hanno gli oggetti che usiamo! Sembra che su di essi si possa attaccare un po’ dell’amore che li ha mossi. La afferro, do anche io una sommaria spazzolata e penso: aspettiamo il grande giorno nel quale sarà la morte ad esser spazzata via come una foglia rinsecchita, il giorno nel quale il Signore Dio la eliminerà per sempre, lui stesso si chinerà ad asciugare ogni lacrima e preparerà per tutti i suoi figli una festa senza fine.

Tutto questo in una visita al cimitero del mio paese.